Salisano in Sabina

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Tracce sulle origini di Salisano

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TRACCE SULLE ORIGINI DI SALISANO

Le prime attestazioni di Salisano compaiono nei documenti dell’abbazia di Farfa tra VIII e IX secolo d.C., in cui è menzionato un fundus Salisanus, indicante la denominazione di una particella terriera di proprietà farfense e corrispondente orientativamente a tutto il colle su cui insiste l’odierno centro storico del paese. Oltre Salisano, dalle stesse fonti emergono i nomi di altre proprietà, in alcuni casi ancor oggi conservati nell'attuale toponomastica locale, come Grassianus o Galonianus, corrispondenti alle località Rasciano e Gallo. Altri toponimi, invece, risultano scomparsi, come Septimianus e Carbonianus, riconoscibili rispettivamente nell’area Cima-Monte Falcone e nella località Rocca.

Come i fondi in uso durante i secoli altomedievali rappresentavano ciò che sopravvisse della precedente organizzazione territoriale romana, anche la toponomastica risulta essere, nella maggioranza dei casi, retaggio degli antichi prediali d’età classica. La presumibile derivazione del nome Salisano dal gentilizio Salisius e la presenza nell’omonimo fondo di strutture di età romana, ricordate ancora dai documenti farfensi tra IX e XI secolo, indicherebbero per l’età classica sul colle di Salisano l’esistenza di una villa rustica, insieme di edifici equivalenti nell’antichità alle odierne aziende agricole.

Per il periodo compreso tra il 953 e il 999, le fonti fanno riferimento a Salisano come casalem, spesso in associazione con quello di Grassiano, ma è in un documento databile al 961 che è testimoniata per la prima volta l’esistenza di un castello (castellum), proprietà di un certo Adenulfo detto Azo, da intendere come abitato fortificato, a cui sono attribuibili alcuni resti murari rinvenuti lungo via della Circonvallazione, in località Giogo.

Sullo stesso colle di Salisano, oltre al castello, risulta attestata tra il X e l’XI secolo anche una rocca detta “dei Baronisci”, definita «…in fundo salisani…» e «…suptus castrum salisanum…», quindi topograficamente connessa all’insediamento di Salisano, seppur posta ad una quota più bassa. Tale fortificazione, precedentemente appartenuta alla famiglia dei Baronisci, divenne proprietà dei fratelli Buccone e Gualafossa, figli di Gisa, dal 1007 fino al 1096, anno in cui risulta essere in rovina, «…rocca nostra quae nunc destructa est…», a tal punto che Giovanni Villano, nipote ed erede di Buccone, decise di abbandonarla in favore del castello di Salisano.

La Rocca dei Baronisci potrebbe essere riconoscibile nei resti murari rinvenuti sulla propaggine settentrionale del colle di Salisano, su un’altura posta ad una quota inferiore rispetto allo stesso. La posizione strategica del sito e il toponimo Castelvecchio sembrerebbero confermare tale ipotesi.

 

Federico GILETTI, Comitato APIDIENUS

 

[Testo estratto dall’articolo F. GILETTI, D. CARRAFELLI, Modalità e forme di organizzazione territoriale della valle del Farfa tra il IX e gli inizi del XIII secolo: il caso di Salisano (Rieti), in Temporis Signa, Spoleto 2009, pp. 181-206].

Ultimo aggiornamento Martedì 08 Maggio 2012 07:38
 

Rocca Tancia

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Rocca Tancia

Nella piccola vallata del valico del Tancia, a circa 700 m più a nord del castello del Fatucchio, si conservano le strutture della rocca quae vocatur Tancia, ricordata dalle fonti farfensi a partire dal 1067. A quest’anno risale un atto di vendita della stessa fortificazione a beneficio dell’Abbazia di Farfa, fino a quel momento proprietà per una metà di Benedetto e sua moglie Clariza e per l’altra di Dono figlio di Giovanni e sua moglie Rogata. La rocca risulta essere alienata con tutte le sue pertinenze, descritte entro i seguenti confini: «…a primo latere rivus de tancia, a II latere vallis gemina, a III latere aqua pendente et venientes in sancta crucem, a IIII latere via quae vadit a sancta cruce, et cacumina montis cardonis, et descendentes in rivuum de fatuccli…».

Tra le proprietà cedute al cenobio benedettino viene menzionata anche una «…aecclesia quae in ea modo stare videtur, insieme a dotaliciis, cellis, libris, paramentis et ornamentis eius, cum introitu et exitu suo…», certamente collocabile all’interno del territorio di pertinenza della rocca, ma di cui non è specificata alcuna dedicazione, probabilmente predecessore della più tarda chiesa arcipresbiterale di S. Ilarius de rocca Tancie, citata nel 1343 all’interno del Registrum omnium ecclesiarum diocesis sabinensis.

Nel 1096 la rocca, «…cum muris, portis, casis, plateis et omnibus edificiis suis…» è di nuovo oggetto di transizione da parte di Guglielmo di Leone nei confronti dell’abbazia farfense.

La citazione più tarda pervenuta, invece, risale al 1116, quando, in occasione di un elenco di possedimenti usurpati, presentato a Papa Pasquale II dai monaci farfensi che ne rivendicavano la proprietà, compaiono menzionati sia la rocca che il castello di Tancia.

Il sito è ubicato sulla propaggine estrema meridionale del massiccio del Tancia (824,5 m s.l.m.), caratterizzato da un’aspra orografia, derivata dalla forte pendenza dei suoi rilievi. Questi si affacciano a strapiombo sulla piccola valle sottostante, unica via d’accesso della catena montuosa del Tancia, dominandone l’intera estensione. La valenza difensiva dell’altura e la strategia di luogo di controllo naturale sull’unico valico di attraversamento ne hanno determinato la scelta per l’installazione di una struttura fortificata, funzionale alla difesa e al controllo del sistema viario.

La rocca presenta le stesse caratteristiche strutturali e topografiche delle altre già note. In particolare un confronto diretto si ritrova nella rocca conservata in località Torretta, dove la planimetria allungata in senso longitudinale, la tecnica costruttiva, il tipo di sfruttamento del sito e il dato cronologico restituiscono importanti elementi ricorrenti, propedeutici al riconoscimento di una stessa tipologia insediativa.

Della fortificazione sono ancora percepibili l’andamento delle mura difensive, il torrione quadrangolare, pressoché centrale, e i resti di un imponente bastione artificiale, a settentrione, a protezione del lato più debole, poiché più facilmente raggiungibile.

Il fronte occidentale è direttamente ricavato dalla regolarizzazione del banco roccioso, tagliato a formare un’alta parete verticale e sicuramente utilizzato come cava per l’estrazione del materiale litico necessario all’edificazione. A oriente, invece, la cinta difensiva lascia intravedere una rientranza ad andamento spezzato, interpretabile come ingresso alla rocca.

Lungo l’impervio pendio che caratterizza il lato meridionale, infine, a differenza di quanto riscontrato negli altri, si conservano i resti di strutture murarie a valenza sia difensiva ma soprattutto sostruttiva. Tali strutture, infatti, costituiscono una sorta di opera di contenimento di un sistema di terrazze, costituito dalla sovrapposizione di sette livelli.

(breve testo estratto da: F. GILETTI, «Evoluzione e forme di insediamento sul valico del Monte Tancia (Rieti) tra VIII e XIII secolo», in Temporis Signa 2012 in c.s.)

Ultimo aggiornamento Martedì 04 Settembre 2012 08:31
 

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Ultimo aggiornamento Sabato 19 Settembre 2015 10:50
 

Ecco da dove nasce l’idea del nome Apidienus

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Ecco da dove nasce l’idea del nome Apidienus….

…..un unicum del nostro territorio rinvenuto a Salisano e assunto come bandiera di una associazione

 volta alla valorizzazione della bassa sabina…..il Comitato Apidienus

…….e come questo ci sono molte altre eccellenze ancora tutte da scoprire!

Testo estratto da F. Giletti, D. Carrafelli, Ricognizione epigrafica a Salisano (Rieti).

Vecchie e nuove testimonianze ai margini del territorio di Trebula Mutuesca,

in Archeologia Classica, LVIII (2007), pp. 545-556.

Si tratta di un'epigrafe funeraria della metà del I secolo a.C. su cui è riportato il nome Apidienus,

unica testimonianza in tutto il mondo antico dell'esistenza di una famiglia Apidiena,

come per esempio oggi i Giletti, di origine specificatamente sabina,

vissuta e sepolta su quello che attualmente è il territorio comunale di Salisano.

….Publius Apidienus, quindi, un personaggio vissuto nel territorio di Salisano oltre 2062 anni fa….

 


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SCHEDA:

Blocco squadrato di calcare locale (40 cm. x 20 cm. x ?; lett. 4 cm. x 1,7 cm.); l’iscrizione è

stata rinvenuta in località XXX nel comune di Salisano, dove è attualmente riutilizzata

in un edificio moderno. Dallo stesso sito, dove si osservano resti di fondazioni e

murature antiche, provengono due colonne in calcare, blocchi dello stesso materiale

con segni di lavorazione e una notevole quantità di frammenti ceramici e testacei.

Inedita.

         Pollae Apidienaie (!)

         Apidiena ((mulieris)) l(iberta) Hilara,

         Sex(tus) Nassius ((mulieris)) l(ibertus) Nedi[m(us)],

         P(ublius) Apidienus D(ecimi) f(ilius) pat(er).

Sulla superficie del blocco si conservano ancora i segni preparatori dello scalpellino per la creazione del piano livellato. Traspare l’assenza di linee guida e di un’eventuale organizzazione delle parole. L’iscrizione, infatti, si concentra nella metà superiore del blocco e le lettere presentano una grandezza decrescente da sinistra a destra. Solo quelle all’inizio del rigo sono poste ad una distanza regolare che si annulla in prossimità del margine destro. Anche lo spazio tra il bordo sinistro del blocco e l’inizio del testo scompare nel lato opposto che presenta la faccia laterale molto usurata.E’ probabile che il lapicida, accortosi dell’errore nel calcolare lo spazio epigrafico, abbia cercato di ridurre la cadenza e la grandezza delle lettere con l’intento di far rientrare il testo entro il limite destro della superficie. Non sono stati ritrovati segni incisi nella faccia laterale del blocco.L’epigrafe è caratterizzata da punti distinguenti di forma circolare.

Alla r. 1 Pollae Apidienaie è il nome della defunta caratterizzato dal prenome e dal gentilizio al dativo. La terminazione in –aie può essere spiegata solo come un errore del lapicida in luogo di –ae o al più antico -ai.

Alle rr. 2-3 Apidiena ((mulieris)) l(iberta) Hilara e Sex(tus) Nassius ((mulieris)) l(ibertus) Nedi[m(us)], entrambi dedicanti, dichiarano il loro rapporto di patronato nei riguardi di una donna, da riconoscere nel primo caso nella defunta. Il nome della patrona veniva indicato genericamente con la C inversa ((mulieris)), oppure con il suo nome intero, sia gentilizio sia cognome, al genitivo. Il secondo personaggio, invece, non era liberto di Polla Apidiena, bensì aveva rapporto di patronato con una Nassia, figlia di un Sextus Nassius. La sua menzione nell’epigrafe può essere spiegata supponendo l’esistenza di un legame matrimoniale con la liberta Apidiena ((mulieris)) l(iberta) Hilara. Il cognomen Nedi[m(us)] ha origine greca e compare anche nella forma Nedymus1. In questo caso presenta la I latina inserta.

Alla r. 4 P(ublius) Apidienus D(ecimi) f(ilius) pat(er), personaggio di condizione ingenua, è da identificarsi con il padre della defunta, in onore della quale effettua la dedica insieme ai due liberti.

Di particolare interesse è l’ordine in cui compaiono i nomi dei dedicanti: il padre, pur essendo l’unico ingenuo e il solo ad avere un legame di parentela con la defunta è preceduto da due liberti.

L’epigrafe può essere cronologicamente riferita ad un periodo compreso tra la metà e la fine del I sec. a.C., oltre che per ragioni paleografiche e per l’uso del calcare, anche per la presenza di arcaismi e del praenomen nell’onomastica femminile, particolarità che tende ad essere meno diffusa a partire dal I sec d.C.

Il nomen Apidienus ricordato nell’iscrizione non sembra al momento aver trovato altri confronti e parrebbe rappresentare la prima attestazione di una gens Apidiena, due membri della quale sarebbero vissuti nel territorio dell’odierno comune di Salisano nel I sec. a.C.

La condizione di ingenuo di Publius Apidienus D f, inoltre, permette di riconoscerlo come possibile proprietario della villa rustica da cui proviene l’epigrafe che lo cita.

Si sottolinea, infine, in quest’area marginale dell’antico territorio di Trebula Mutuesca la presenza di gentilizi rari, la maggior parte dei quali terminanti in -enus, -ienus, caratteristica che riconduce tali nomina al contesto sabino.

Ultimo aggiornamento Martedì 08 Maggio 2012 08:32
 

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Ultimo aggiornamento Sabato 11 Giugno 2011 09:57
 

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